FARE SHOPPING DA HERMÈS (MA ANCHE NO)

(Tutte le immagini sono tratte da Pinterest)

Ho sempre amato le belle borse e negli ultimi anni ne ho collezionate alcune, per cui negli ultimi tempi il ritmo di acquisto di nuovi oggetti del desiderio è alquanto rallentato.

Da circa un anno, però, ne avevo adocchiata una nuova che, oltre a piacermi e ad avere la stoffa per diventare un classico del guardaroba (senza però essere una delle it bag che attualmente pendono dal braccio di ogni influencer, Instagrammer, youtuber che si rispetti) si adatterebbe bene anche al mio stile di vita e alle mie occasioni d’uso: la Evelyne di Hermès.

Il mio nuovo oggetto del desiderio (ora già meno) : la Evelyne di Hermès

Dopo qualche tentennamento sul colore (prima avevo pensato al color cuoio, poi ho trovato lei, la sfumatura perfetta per me: gris tourtourelle), mi sono messa alla ricerca della fatidica borsa in ben due città: a Milano e nella ridente cittadina lacustre del sud della Svizzera in cui vivo, provvista di monomarca Hermès grazie alla costante fiumana di turisti arabi, russi e asiatici di passaggio.

La prima volta in cui sono entrata fisicamente in contatto con l’oggetto del desiderio in questione (che per brevità chiameremo OD) mi trovavo a Milano. Ero in compagnia di due amiche, siamo entrate nel Sacro Tempio di via Montenapoleone, accolte da uno stuolo di addetti alla security muniti di auricolari, walkie talkie e probabilmente kalashnikov che manco alla Casa Bianca.

Hermès store di Milano

Al piano di sopra, quello destinato alle borse, una cortese venditrice dalla tipica efficienza meneghina mi ha mostrato la borsa in una delle sfumature che fino a quel momento consideravo papabili, me l’ha fatta indossare e persino analizzare alla luce del giorno, vicino a una finestra, naturalmente rimanendomi sempre alle calcagna (avrei pur sempre potuto lanciarla, non so, dalla finestra a un complice mimetizzato tra gli eleganti passanti del Quadrilatero, lasciando le mie due amiche in balia della security di Hermès…) .

Morale, la borsa era un po’ cupa per i miei gusti in quel colore, un po’ troppo verdona, e gli altri colori disponibili non erano di mio gusto, ma sono stata subito tranquillizzata: “l’altro colore da lei citato è comunque un classico, ogni tanto la casa madre ci onora inviandocene 1-2 pezzi, provi a ripassare, ritenti, potrebbe essere più fortunata la prossima volta…” (di un bel “ci lasci i suoi numeri, sarà nostra cura farne arrivare una, senza impegno, e la contatteremo immediatamente” come avrebbero fatto in qualsiasi altra boutique di lusso che si rispetti neppure l’ombra).

Bella ma un po’ cupa per i miei gusti

Qualche tempo dopo ho ritentato la sorte nella boutique monomarca Hermès della ridente cittadina svizzera in cui vivo, stavolta in compagnia di mio marito (non la migliore delle compagnie in questo caso, lo so, ma ho voluto sfidare la sorte).

Qui, l’addetto alla sicurezza/apriporta era solo uno, un simpatico signore dall’aria piuttosto amichevole (e probabilmente anche sprovvisto di kalashnikov).

Essendo la boutique più piccola, sono stata prontamente ricevuta da quella che ormai è diventata la mia BFF (best friend forever, oggi sono in vena di acronimi) nel mondo Hermès: la signora Graziella, una persona davvero squisita a cui vi consiglio di fare riferimento se mai doveste varcare la soglia del Sacro Tempio della mia città.

Stavolta il mood era diverso: elegante, raffinato ma molto più cordiale, probabilmente anche per motivi culturali: in Svizzera, regno dell’understatement, lo snobismo forzato e quella sottile vena antipatia di stampo squisitamente parigino funzionano molto meno bene: il rischio per i vendeurs e le vendeuses di essere mandati/e a stendere invece che trattati con timore reverenziale è altissimo.

Boutique Hermès della mia città

Qui ho avuto modo di provare alcune Evelyne in vari colori (ma non in quello che desidero, purtroppo) e anche una borsa di un modello  diverso, ma nel colore che vorrei, tanto per vedere come mi stava.

La signora Graziella si è dimostrata davvero gentilissima, ma anche lei ha rapidamente stroncato ogni mia illusione di mettere le mani su una Evelyne color gris tourtourelle: roba che il sacro graal, al confronto, è robetta dozzinale che trovi in ogni mercatino!

Forse potrebbe arrivare qualcosa del genere in autunno, ma non ci sono certezze: la casa madre, infatti, pare non avvisi neppure i propri punti vendita di quello che, bontà sua, invierà loro affinché possa essere – diononvoglia, che volgarità!! – persino venduto.

Oppure, mi ha consigliato la signora Graziella (che evidentemente non lavora con un obiettivo di fatturato, né personale né di punto vendita), qualora nella mia frenetica vita di globetrotter mi fossi dovuta prossimamente recare, chessò, a Mumbai, Doha o Chattanooga, avrei potuto tentare la sorte anche lì.

In ogni caso, tocca ammetterlo, la signora Graziella si è dimostrata molto più customer oriented della sua collega meneghina, mi ha registrata entusiasta come cliente e si è entusiasmata ancora di più quando ha scoperto che ero già registrata (e a quel punto mi è sembrato brutto confessarle di averci comprato, negli anni, solo qualche foulard agli albori della mia passata carriera finanziaria e un paio di regalini e non, chessò, 12 Birkin 35 in varie gradazioni di colore), ha preso nota dei miei numeri e promette di avvisarmi qualora la casa madre, sempre bontà sua, avesse voluto onorarli inviando loro qualche nuova borsa.

Cosa che effettivamente ha fatto e anche più volte, quindi onore al merito.

Ma l’apoteosi è giunta con la seconda puntata nel Sacro Tempio di Milano,  anche stavolta in compagnia di mio marito (anzi, addirittura è stato lui a suggerire la cosa, cosa molto insolita e quasi sospetta).

Qui veniamo nuovamente accolti dalla folta schiera di addetti alla security che, nonostante i muscoli, i walkie-talkie e il coltello tra i denti, si dimostrano in realtà piuttosto cordiali e gentili, scortandoci al piano di sopra, quello delle borse appunto.

Veniamo introdotti al cospetto dell’unica commessa libera in quel momento (poi si è capito il perché, probabilmente è libera sempre) , che chiameremo CSPDCC (Commessa Schizzata & Puzzona Dai Capelli Crespi), un nome facile da ricordare, lo so.

CSPDCC ha l’aria vagamente schizzata, con un guizzo folle nello sguardo, ma lì per lì non ci faccio caso: tutto quello che desidero è mettere finalmente le mani sulla Evelyne – del colore giusto!

Purtroppo  stavolta non riusciamo neppure a vederne una, di Evelyne, perché la simpatica vendeuse ci spiega prima che è praticamente impossibile riuscire ad avere quella borsa in un colore normale, addirittura un neutro e quindi un classico, e che il gris tourtourelle è andato per sempre, datato, out (peccato che invece sia uno dei colori della collezione Hermès autunno/inverno 2018 (ormai grazie alla mia neo-amica Graziella so TUTTO), ma lei giustamente non poteva anche essere informata, visto che essere schizzate e anche un po’ odiose è già un lavoro impegnativo!).

Le chiediamo di mostrarci quanto meno un’altra borsa di quel colore ma niente, praticamente tenta di dissuaderci da qualsiasi acquisto, soprattutto se la cosa potrebbe coinvolgerla personalmente e implicare, quindi, una qualche forma di lavoro.

Ogni tanto si interrompe, estrae una sorta di cellulare/mini tablet da una mini borsina Hermès e inizia freneticamente a digitarci qualcosa sopra (dai movimenti sospettiamo che stia giocando ad Angry Birds e sia arrivata al livello in cui deve abbattere una o più torri composte di mattoncini durissimi), dopodiché torna a comunicarci il triste verdetto: l’app ha decretato che Hermès è sfornito di borse color tortora modello Evelyne a livello Italia, mondo e addirittura galassia.

In una sorta di raptus improvviso, tenta anche disperatamente di convincermi ad acquistare il “nuovo” modello, una borsa molto rigida che proprio non mi piace. Quando glielo comunico (sono un tipo sincero), quasi sviene.

Mio marito ormai le sta ridendo apertamente in faccia, incredulo del fatto che una commessa, pardon vendeuse, di una boutique di quel calibro possa mancare così totalmente di eleganza nei modi, orientamento al cliente, classe e capacità di vendita.

Anche a me viene da ridere, e anche un po’ da prenderla a sberle a dire il vero, e forse se ne accorge, perché in uno slancio plateale di generosità estrae da un cassetto una misteriosa scatolina arancione e inizia ad aprirla al rallentatore (avete presente la scena in cui Mister Bean confeziona con incredibile flemma un regalo nel film “Love, Actually?” Ecco, così) , scosta la carta velina e – sicuramente aspettandosi urla estatiche da parte nostra – ci mostra per un breve istante un rettangolino del pellame da me cercato, persino del colore giusto!

A quel punto, sentendo che mio marito ha raggiunto il punto limite oltre il quale rischia di stendere la nostra CSPDCC con qualche commento sarcastico, cattivissimo e letale e sentendomi io stessa prossima a quel punto, le diciamo addio per sempre e usciamo.

Da allora, la gentile Graziella, la mia BFF della boutique Hermès della mia città, mi chiama quasi settimanalmente per propormi qualche nuovo arrivo, anche le altre venditrici mi riconoscono e sono sempre molto gentili, addirittura mi trattengono lì a fare due chiacchiere. Se non ho messo Hermès sulla mia personale black list, è merito loro.

L’ultima possibilità che mi hanno ventilato è quella di farmi fare una Evelyne personalizzata, del pellame e del colore che desidero. In tal caso, il tempo di attesa sarebbe di un anno.

Ora, purtroppo per Hermès io amo le borse, amo persino (lo confesso) il fascino che avvolge certi classici e alcuni oggetti di lusso, e sono anche disposta a pagare, qualche volta, un prezzo ingiustificato per averli.

Ma resto una bocconiana through and through sotto molti aspetti e, in quanto tale, piuttosto cinica e disincantata nei confronti dei canti delle allodole del consumismo e delle strategie di marketing adottate dalle case produttrici di beni di lusso. Le mie illusioni al riguardo si sono infrante molto tempo fa, tra un esame di marketing e lo studio della curva della domanda invertita dei beni di lusso.

Se compro una cosa, so cosa sto facendo, so cosa c’è dietro e so bene come io cliente vengo manipolata e indotta all’acquisto. So anche che non ci vuole un anno per realizzare e farmi avere una borsa di Hermès, per quanto ancora prodotta in Europa in alcune ore (non tantissime) di lavoro semi artigianale.

E di sicuro capisco che la “rarità” di certi oggetti è solo percepita, costruita ad arte, e serve a tenere altissimi i prezzi e a far percepire l’oggetto come ben più prezioso ed esclusivo di quello che, in realtà è. La verità è che il costo di produzione è una frazione infinitesima del prezzo di vendita e che anche aggiungendoci un bel margine per le spese di marketing, di immagine ecc. continua a costare poco al produttore.

Nel mio caso, la strategia non ha funzionato molto bene: tra la palese incapacità e maleducazione dell’ultima venditrice milanese e la finta irreperibilità della borsa, infatti, sto già valutando un’alternativa, molto simile nel colore, di un altro brand.

E sono sicura che, quando andrò a provarla, sarà effettivamente disponibile, potrò toccarla con mano senza troppe scene, me la vorranno davvero, davvero vendere e saranno anche molto gentili nel farlo. E ad acquisto fatto probabilmente mi offriranno anche da bere.

 

 

Chloé Faye : il colore è quello che vorrei e mi piace molto…

 

 

 

 

 

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